(Storie dal laboratorio di scrittura autocreativa, condotto da Social.Net)

Il paradosso greco

Parte 1

Un venerdì mattina di metà settembre Joe Papakiris si risvegliò nel suo letto con una voglia incontenibile di biscotti fatti in casa. Gli audaci raggi di sole sfuggiti alla trama delle tende l’avevano fatto alzare prima del suono della sveglia, fedelmente puntata alle 6, ed ora si ritrovava stanco morto, indispettito e affamato all’alba di una nuova giornata di lavoro. Gli sembrava di sentire nelle narici il profumo di quegli stramaledetti biscotti al burro, che per assurdo invece non mangiava da anni. Si alzò bruscamente dal letto, spense la sveglia, e si mise a rovistare nella credenza alla ricerca di uno snack quantomeno soddisfacente. In quel momento avrebbe voluto mandare a quel paese lo stile di vita sano che si era imposto negli ultimi anni, ma di contro gli tornavano subito in mente le immagini del piccolo Joe grassottello sommerso da dolci e merendine. “Meglio sognarsi i biscotti di notte che ricadere in quello scempio”, disse tra sé per scacciare ogni ripensamento. Poi si vestì di corsa con una camicia azzurra elegante e dei pantaloni di lino, e decise di andare direttamente in ufficio. 

Quel mese alla Montreal Supply il carico di lavoro era aumentato notevolmente. All’ufficio di Joe continuavano ad arrivare richieste di indagini di mercato e presentazioni dati, come se l’azienda stesse per lanciare nuovi prodotti. Nulla che un consulente marketing non sapesse fare, ma a Joe non piaceva sentirsi coinvolto in cose più grandi di lui senza conoscerne a pieno le dinamiche. Anzi, accettando quel lavoro aveva sperato che una grande multinazionale, con una rigida struttura piramidale, avrebbe potuto salvarlo dal senso di confusione e smarrimento che tanto odiava. 

– “Anche tu qui Papakiris?” – Mormorò Rob dal fondo della stanza.

– “Certo Rob, mi mancavi troppo! E’ già arrivato qualche progetto oggi?” –

– “Oggi nulla, ma so che Roland ti cercava ieri sera. Spero tu non sia nei casini…” –

La notizia annunciata dal collega turbò notevolmente Joe, che davvero non riusciva a figurarsi perché il responsabile vendite cercasse proprio lui – un impiegato come tanti. Decise quindi di aspettarlo direttamente fuori dal suo ufficio, al terzo piano. Roland arrivò circa mezz’ora dopo, di corsa, e vedendo Joe gli fece cenno di seguirlo nella stanza.

– “Papakiris, eccoti finalmente! Ma non perdiamo tempo, hai idea del motivo per cui ti ho convocato?” –

– “Non so Signor Roland, ha magari a che fare con il fermento dell’ultimo mese in azienda?” –

– “Vedi che se vuoi ci arrivi, Papakiris! E’ proprio per questo, e per il tuo nome buffo, che ti ho chiamato qui. Tu sei di origine greca, no?” –

– “Si signore, nato nel Regno Unito da madre inglese e padre greco. Ma per quale motivo le interessa saperlo?” –

– “Mi interessa eccome. A cosa credi che miri tutto il lavoro dell’ultimo mese? Non hai notato una certa attinenza geografica nelle ultime indagini di mercato? Beh, ti annuncio che la Montreal Supply sta per acquisire una grossa fetta del mercato di farmaci psicotropi in Grecia. Chi l’avrebbe mai detto che i principali consumatori mondiali di antidepressivi fossero i tuoi compaesani! Sempre a ballare, a far festa… E invece soffrono come dei cani. Ma veniamo al dunque: a me servono le tue conoscenze linguistiche. Non mi fido a consultare traduttori esterni, è una cosa troppo grossa. Ho bisogno che entro il 30 settembre – 15 giorni esatti da ora – mi vengano restituiti i documenti relativi alle esportazioni, tradotti perfettamente in greco. Non ti ho neanche chiesto, ma do per scontato che tu parli Greco. Bene Papakiris, ci stai? Sarebbe un bel colpo per te… Non so se hai sentito che vorremmo sostituire il responsabile del reparto Marketing. Potrei mettere una buona parola!” –

– “Signor Roland, conti pure su di me! Grazie mille, anzi ευχαριστώ!” –

Joe uscì rapidamente dall’ufficio, con un sorriso da ebete stampato sul viso. Gli servirono giusto i pochi secondi in ascensore per rendersi conto dell’enorme casino in cui si era cacciato. 

Effettivamente Joe era figlio di un immigrato del Peloponneso, Costa Papakiris, ma di greco non conosceva un accidente – e ne andava fiero. Da piccolo aveva più volte chiesto al padre di insegnargli la lingua, di raccontargli di come fosse la sua vita prima di trasferirsi nel Regno Unito; per qualche strana ragione però a Costa non era mai interessato trasmettere ai figli le sue tradizioni o insegnare loro la sua lingua madre. Così negli anni la curiosità di Joe si era fatta sempre più timida, fino a trasformarsi in vero e proprio astio nei confronti di quelle origini greche a lui sconosciute. A trentadue anni compiuti Joe sentiva addosso il peso del suo cognome straniero e rinfacciava ogni colpa a quei genitori disattenti che neppure si erano curati di spiegargli da dove provenisse. Era riuscito a costruirsi la vita che voleva, ben distante dai paradossi della sua infanzia, ma quelle dannate radici greche riuscivano ancora a rovinargli le giornate. 

Per la rabbia Joe scaraventò la borsa sulla scrivania, prese il telefono e compose il numero di Costa. 

– “Papà, sono Joe. Tutto bene?” –

– “Ciao Joe, tutto bene qui. E’ da un po’ che non ci passi a trovare.” –

– “Hai ragione, sono stato preso dal lavoro. A proposito… Mi servirebbe il tuo aiuto.” – Joe si morse la lingua nel pronunciare queste parole.  – “Avrei bisogno di tradurre dei documenti in greco per lavoro.” –

 – “In greco? Ma se lo odi… Hai sputato per anni sulle tue origini e ora vieni a chiedermi un favore, un classico. Posso provare, ma sappi che sono molto impegnato con il torneo di tennis. Ho buone chance di arrivare primo stavolta.” –

Per l’ennesima volta Joe ribollì dalla rabbia sentendo banalizzare e sviare la sua richiesta. Era un caso perso, una delusione continua e frustrante. Si maledì per aver chiesto aiuto al padre. 

– “Dopo trent’anni ancora ti chiedi perché mi facciano schifo le tue origini? So bene che anche tu non le sopporti, non ti preoccupare. Buon torneo, mi arrangio volentieri!” –

Joe stavolta era fuori di sé. Afferrò la borsa e lasciò immediatamente l’ufficio, senza timbrare o avvisare. Si diresse come un automa verso il supermercato più vicino, andò al reparto dolci e comprò un chilo di quegli odiosi biscotti che aveva sognato di notte. Iniziò a divorarli prima di arrivare alla cassa, chiedendosi intanto perché diavolo avesse accettato la richiesta strampalata di Roland, ma soprattutto perché avesse compiuto il gesto più scontato di tutti: chiamare suo padre Costa. 

All’improvviso però, mentre addentava con soddisfazione un biscotto farcito, gli venne l’idea più folle della sua vita, o forse la più geniale: sarebbe andato direttamente in Grecia a farsi tradurre i documenti da qualche agenzia discreta, in modo da non lasciare tracce via mail o telefono. E già che c’era al ritorno avrebbe cambiato cognome, così da liberarsi di quel fardello che gli causava solo guai. Avrebbe tagliato anche l’ultimo filo che lo legava alla famiglia d’origine, e finalmente avrebbe preso in mano la sua vita senza lasciare nulla al caso. 

                                                                                                –

Quattro ore dopo Joe Papakiris era seduto su un aereo di linea diretto ad Atene. Detto fatto. Aveva trovato un’ottima agenzia di traduzioni a Lamia, una cittadina isolata dell’entroterra che avrebbe custodito fedelmente i suoi segreti. Inoltre sperava che allontanandosi dalle zone più turistiche sarebbe incappato in meno scocciature. 

Trovarsi immerso in quell’ambiente, una volta atterrato, gli sembrava paradossale. In dieci minuti per strada aveva sentito più parole in greco che in un’intera vita da parte di suo padre, e questo pensiero lo faceva arrabbiare profondamente. Sfuggì alle folle di turisti senza alzare lo sguardo sui monumenti della città e salì di corsa sul pullman per Lamia, dove si concesse un breve sonno ristoratore. L’indomani sarebbe andato in agenzia e avrebbe rapidamente posto fine al problema. 

Una volta sistematosi nell’hotel a Lamia Joe uscì per strada alla ricerca di un supermercato decente. Aveva già sgarrato con i biscotti, per cui quella sera avrebbe bilanciato con una cena leggera a base di insalata – e magari poi sarebbe uscito per una corsetta. Purtroppo non aveva calcolato che quei fannulloni in Grecia chiudessero i supermercati all’ora di cena. Si sentì pervadere nuovamente da una rabbia esagerata. Si trattava solo un supermercato chiuso, ma quella coincidenza sfortunata in realtà si trascinava dietro il peso di una giornata terribile, e di una vita intera di astio. 

Joe in effetti non aveva previsto che ritornare in quella terra natia, per quanto sconosciuta, avrebbe tirato fuori il peggio di lui: anni e anni di rabbia repressa, soffocata, mascherata dalla condotta ordinaria di un bravo impiegato di città.  Ma allora, si disse, perché non dare sfogo a quella rabbia per una volta? Perché non restituire a quel paese estraneo i torti che lui aveva subito? Dopotutto presto avrebbe cambiato nome e avrebbe iniziato un nuovo capitolo della sua storia.

In quello stato confusionario Joe prese a calci delle lattine che trovò per strada e poco più avanti entrò nell’unico bar aperto della zona. Ordinò una birra locale, poi un’altra, e poi un’altra ancora. Si guardò intorno per scrutare nei clienti del locale quei tratti mediterranei pungenti che su di sé aveva odiato. Di colpo si alzò e si diresse verso il centro del salone: Joe Papakiris stavolta non sarebbe stato zitto. 

– “Conoscete altri Papakiris? Conoscete Costa? Costa Papakiris? Sono suo figlio, non mi riconoscete? Guardate che occhi scuri che ho, non vi assomiglio?” –

– “Calmati inglesino, è meglio che te ne vada in albergo ora” – gli rispose bruscamente il proprietario del bar, ormai avvezzo ai discorsi strampalati dei turisti ubriachi. 

– “Nessuno zittisce Papakiris! Se mai servimi un’altra birra. E dimmi se conosci mio padre! Dimmelo, greco maledetto!” –

In pochi istanti Joe venne cacciato dal locale. Anziché ricomporsi e punirsi per lo sgarro, come avrebbe fatto a casa, si mise a correre per strada. Correva e gridava il suo cognome come un pazzo. 

Ad un certo punto nella penombra scorse una casa isolata: al piano superiore una ragazza fumava alla finestra. 

– “Bella greca! Vieni giù a conoscere un meticcio volato qui dall’Inghilterra? Sono greco anche io, cosa credi! Vieni a leggere il mio cognome sui documenti! E’ Papakiris, pa-pa-ki-ris. Oppure vuoi aiutarmi con delle traduzioni? Scegli tu, possiamo spassarcela o tradurre insieme.” –

La ragazza capì al volo di avere a che fare con l’ennesimo turista alticcio. Richiuse alle sue spalle la finestra e si affrettò a spegnere la luce, incurante delle incessanti grida di Joe. 

Complice l’alcol, Joe per una volta non si sentiva in colpa con se stesso per aver dato il peggio. Anzi, ci stava prendendo gusto. Dopo qualche altra corsa disperata, si accasciò stremato sulla panchina di un piccolo parco e si addormentò di colpo. 

Un sabato mattina di metà settembre Joe Papakiris si risvegliò su una panchina di legno nel mezzo del parco comunale di una cittadina greca. Aveva la schiena a pezzi e un mal di testa insopportabile, ma stranamente non era arrabbiato. Si alzò con calma, si stirò goffamente, e spolverò la sua camicia azzurra elegante. Passeggiò lentamente tra le vie della città e notò i colori tenui delle case, le lunghe ombre proiettate sul terreno, i volti familiari degli estranei. Entrò in una piccola caffetteria, e ordinò un dolce del posto. “Sa di buono e di casa” si disse addentando il secondo morso. 

All’improvviso Joe ritornò alla realtà. Nella caffetteria risuonavano distratte le note di una canzone allegra, che per qualche strana ragione sentiva di conoscere. Si ricordò di averla già ascoltata in casa sua, da bambino, mentre la madre stendeva i panni e il padre sistemava le sue racchette da tennis. Forse, pensò, le sue origini greche non erano poi così maledette. 

Quella mattina Joe Papakiris capì di aver combattuto per anni una battaglia inutile, quella contro sé stesso. Aveva concentrato le sue insoddisfazioni sul lato di sé che più gli era estraneo, che ora gli sembrava il più innocente di tutti. Cambiando cognome e continuando ad odiare quella parte di sé non avrebbe risolto i suoi problemi. Mostrando risentimento verso suo padre o sua madre non avrebbe potuto cancellare le loro passate disattenzioni. Anzi, avrebbe solamente rovinato ulteriormente il loro rapporto. Forse era arrivato il momento di allentare la presa e concedersi qualche strappo alla regola anche a casa sua. 

Quella mattina stessa Joe prenotò un nuovo volo diretto a York. Una volta atterrato sarebbe andato in ufficio e avrebbe raccontato la verità sulla sua storia al direttore vendite dell’azienda. Il casino in cui si era cacciato gli sembrava ora facilmente risolvibile con una chiacchierata onesta. Lo spaventava molto di più l’idea di dover costruire per sé un nuovo equilibrio, di doversi ascoltare e assecondare, ma si sentiva pronto ad accettare la sfida. 

Parte 2

Il suono del campanello d’ingresso riecheggiò timidamente nella sala da pranzo. Qualcuno, due piani più sotto, stava premendo il tasto “Joe Papakiris” posizionato di fianco al portone del condominio. 

Di ritorno dal suo paradossale viaggio in Grecia, 5 mesi prima, Joe aveva subito deciso di modificare la scritta sul tasto del campanello, da “Joe P.” a “Joe Papakiris”. Aveva scelto di ripartire da lì, da quella semplice scritta identificativa, ed ora, sentendo il rumore del campanello, si ritrovava stampato sulle labbra un sorriso soddisfatto. Gli piaceva l’idea che in mezzo alla strada, sotto gli occhi di tutti, fosse esposto il simbolo del suo segreto cambiamento e di quel viaggio assurdo. Non ne aveva ancora parlato con nessuno, ma si era ripromesso che un giorno avrebbe condiviso il racconto di quella storia buffa.  E soprattutto, se mai avesse avuto dei figli, avrebbe sicuramente svelato loro il grande segreto del campanello di casa. 

A Joe non erano mai piaciuti i bambini, ma da quando era tornato aveva sentito sciogliersi dentro di lui una sorta di nodo emotivo. Per una vita intera si era convinto di non voler diventare padre, per evitare scocciature e per non rovinare i suoi schemi ordinati. Una donna sì, se l’era immaginata nella sua vita, ma figli mai. In questi ultimi mesi di cambiamento invece si era accorto che dentro di lui stava nascendo un’inaspettata voglia di creare tradizioni, e di trasmetterle ad un’ipotetica prole. Si era reso conto che dietro al rifiuto categorico della paternità si era nascosta per anni la paura di scoprirsi identico ai suoi genitori nel modo di crescere i figli. Aveva segretamente temuto che nonostante la rigidità della vita impostasi potessero comunque vincere, in qualche modo, quelle radici tanto odiate. Ora invece al posto della paura stava iniziando a sentire la voglia di insegnare, di mettersi alla prova. Non che i timori fossero scomparsi, anzi, ma finalmente aveva capito di voler trasmettere qualcosa di sé ad altri. Aveva capito che poteva concedersi qualche sbaglio, così come avrebbe potuto concederne ai suoi genitori prima di lui. 

Ancora sovrappensiero per la storia del campanello, Joe lanciò uno sguardo all’orologio al suo polso: il suo ospite era in anticipo di dieci minuti. Corse a premere il tasto di apertura del portone di sotto e si precipitò sul pianerottolo di casa, per accogliere Elena. 

Joe ed Elena si erano conosciuti circa due settimane prima alla fiera del libro del quartiere, dove la donna aveva esposto una bancarella per presentare la sua nuova libreria. Elena aveva risposto con piacere alla curiosa domanda di quell’uomo elegante, che diceva di voler mettere in dubbio i suoi gusti in fatto di libri. Joe infatti le aveva chiesto di vendergli diversi testi, più precisamente uno per ogni genere letterario che possedesse in libreria. Aveva richiesto persino un romanzo rosa e un libro per bambini, precisando buffamente di non volersi precludere nulla.

Prima di quell’invito a cena c’erano stati due appuntamenti nei locali della zona, ma Elena non aveva ancora osato chiedere cosa si nascondesse dietro quella strana richiesta di aiuto. Il mistero la attraeva come una calamita. 

Quando l’ascensore raggiunse il secondo piano, Joe Papakiris accolse Elena come un perfetto gentiluomo. Le prese la giacca, l’appese con cura sull’appendino, e invitò la donna a farsi strada nell’appartamento. Elena non potè far a meno di notare la raffinatezza dei gusti e l’ordine della casa di Joe; l’arredamento era sofisticato, ma non freddo o impersonale. Sembrava che qualcuno avesse scelto con cura quali oggetti abbinare, così diversi tra loro ma insieme armoniosi. In realtà osservando più attentamente notò in alcuni punti della casa delle strane composizioni di oggetti, quasi dei “lavori in corso”. In soggiorno ad esempio c’era un gruppo di cornici azzurre semivuote; c’erano soltanto due foto: una di Joe con i genitori, probabilmente scattata di recente, e una del giorno della laurea. C’era un anche un attaccapanni con appesa una racchetta da tennis, una casacca da basket, e una sacca di mazze da golf. A fianco delle cornici notò poi una libreria semivuota, che a sua volta si contrapponeva all’armonia del resto dell’arredo. Sugli scaffali riconobbe i libri che gli aveva venduto, più un altro, dalla copertina bianca. Sembrava un album più che un libro. 

Joe non potè far a meno di notare gli sguardi curiosi della sua bella ospite. Sapeva che invitandola lì avrebbe corso il rischio di doversi svelare, ma aveva deciso di lasciare le preoccupazioni al momento effettivo in cui il problema si sarebbe posto. Ora il rischio era diventato realtà, ma inaspettatamente non provava imbarazzo o senso di intrusione. Avrebbe potuto inventarsi una banale scusa per tutte quelle stranezze, e invece lo colse una voglia irrefrenabile di aprirsi con quella semi-sconosciuta. 

Senza attendere le possibili domande di Elena, Joe le fece cenno di rimanere in silenzio e prese dallo scaffale quel particolare libro bianco. Lo aprì davanti a lei, emozionato, e prese a sfogliarlo con calma. Le mostrò lunghi elenchi di gusti culinari, di mete di viaggio, di attività sportive, persino liste di valori. Accanto ad ogni elenco c’erano appunti, immagini, simboli colorati. Le spiegò che per una serie di strane vicende da qualche mese a questa parte si era trovato a mettere in discussione la persona che era diventato. Si era accorto di aver impostato la sua vita sull’idea di volersi allontanare dalla sua famiglia e dalle sue origini, e così facendo aveva perso lungo la strada dei pezzi importanti di sé. Le raccontò brevemente della sua infanzia, delle mancanze che aveva sentito, e di come stesse provando ora, non senza fatica, a perdonarle ai genitori. Le confessò che accorgendosi di non sapere cosa davvero volesse per sé si era sentito completamente perso. Il libro bianco lo stava aiutando a mettere ordine, e finalmente ora iniziava a sentirsi meglio. Aveva ancora tanto da scoprire, ma sperava che presto avrebbe potuto chiudere il quaderno e iniziare a vivere il presente, e il futuro, con una nuova consapevolezza. Le disse anche che si sentiva pronto a raccontarle la buffa storia da cui tutto era partito. 

Elena ammise di sentirsi confusa di fronte a quel flusso di coscienza, ma gli sorrise decisa e gli chiese di ricominciare da capo il racconto, con calma. Aveva voglia di scoprire la storia di quell’uomo elegante dal cognome esotico, e di aiutarlo a completare il suo libro bianco.